Edizione 2017

Luoghi di ogni possibile reale

Giunta ormai alla Terza Edizione, MiranoFotografia ha raccolto un buon numero di spettatori ed affezionati visitatori, grazie ad un approccio non competitivo ma costruttivo e dialogico alla fotografia contemporanea. Una novità che speriamo prenda piede e stimoli la curiosità anche tra il pubblico meno tecnico ma non per questo meno interessato.Grande successo di pubblico per i 4 autori esposti nelle sale della Barchessa di Villa Giustinian-Morosini. 4 visioni diverse della realtà circostante, 4 diverse interpretazioni del mezzo fotografico. Un’unica passione condivisa.

Portfolio 2017

Candidati ammessi (in ordine alfabetico)

Questi, in ordine alfabetico, sono gli 11 candidati ammessi alla giornata di lettura portfolio che si è tenuta Domenica 14 Maggio 2017.

ROBERTO BOTTAZZO

ALESSIO BOSCOLO

GIORGIO CUTINI

FRANCESCO FINOTTO

ANDREA FUREGON

FRANCESCO FURLANETTO

ALESSANDRO GAGLIARDINI

GIUSEPPE GUARINIERI

LUCIANO MONTI

ANGELO TASSITANO

ALESSANDRO TEGON

Relazioni finali

a conclusione della giornata di lettura

Il Portfolio non competitivo che si è svolto domenica 14 maggio, a Mirano, nell’ambito degli appuntamenti di MIRANOFOTOGRAFIA 2017, è stato un momento di festa per la fotografia d’autore.

Proprio l’immagine fotografica, nelle sue molteplici declinazioni, è stata la protagonista del dialogo tra gli undici autori e i cinque lettori in un confronto che innanzitutto ha privilegiato l’analisi critica delle opere, in gran parte meritevoli di grande attenzione.

La partecipazione al portfolio è da sempre un momento importante per la crescita umana e professionale di un fotografo che, da un’idea iniziale, giunge a formulare una testimonianza visiva organica, attraverso una lenta e spesso solitaria sintesi concettuale che è presa di coscienza del fenomeno nel suo manifestarsi e permanere.

E’ a questi appassionati operatori che MIRANOFOTOGRAFIA si rivolge nella convinzione di contribuire a far emergere esperienze sommerse in un momento di rapide trasformazioni del linguaggio fotografico con inevitabili stati di disorientamento sul piano dei significati e delle finalità .

Un particolare ringraziamento va ai membri chiamati a formare la commissione: Riccardo Caldura, Manfredo Manfroi, Fausto Raschiatore, Luigi Viola e Michele Zaggia, che, pur provenendo da aree disciplinari diverse, hanno suggerito linee di ricerca coerenti e appropriate alla natura dei progetti e alle potenzialità del medium, versatile testimone, della contemporaneità.

A questo presente guardiamo come anticipazione di scenari futuri dove la libertà creativa dovrebbe rimanere prerogativa di ogni atto non effimero nel tentativo di conservare le tracce di persone, ambienti e cose da ricordare come incontri unici e irripetibili di un reale sempre più dilatato.

In forma di sintesi

Trattandosi di un lavoro di gruppo, perché così ha svolto il proprio compito la commissione di Mirano Fotografia, questa nota ha più lo scopo di provare a sintetizzare quanto avvenuto nelle fasi di osservazione e discussione, che non esprimere un parere personale; nel senso che il parere personale dello scrivente si è venuto precisando anche grazie alle osservazioni degli altri commissari, e alle argomentazioni offerte dagli stessi partecipanti intorno al loro lavoro.

Un’osservazione preliminare: la commissione unanimamente ha riconosciuto serietà e impegno in tutti i partecipanti, i cui materiali presentati, pur nelle necessarie distinzioni dei singoli percorsi, testimoniano di una attenzione continuativa verso la ricerca fotografica.

Nell’insieme dei lavori presentati è sembrato di poter cogliere degli elementi ricorrenti dai quali rilevare delle tendenze in atto.

Un gruppo di lavori erano riportabili ad una concezione moderna della fotografia in bianco/nero, attenta a cogliere il particolare di una qualche significanza nel novero degli eventi osservati. Moderna in quanto vi si ravvedono componenti stilistiche riportabili a classici maestri degli anni ‘50/’70. A questo gruppo possono, pur nelle differenze, essere riportati i lavori di Bottazzo, Gagliardini, Tegon, con forse una maggiore intensità nell’approccio al reale di Tassitano, per la coerenza nell’utilizzo di un dispositivo fotografico relativamente desueto (Polaroid E 600) nel ritrarre volti e persone in ambiente, lavori tutti realizzati a Cuba.

Un’ altra tendenza è certamente riportabile alla fotografia più a valenza documentaristica contemporanea, come nel caso del lavoro di Boscolo (sui migranti a Calais) e di Guarneri ad Agrigento.

Una ulteriore componente significativa è costituita da un insieme di ricerche fotografiche che tendono ad emancipare, pur con modalità distinte, la fotografia dall’ essere uno strumento di ripresa ‘oggettiva’ della realtà, considerando invece le potenzialità formali ed espressive del mezzo. Una sorta di neo-pittorialismo, intendendolo non certo in chiave ‘nostalgica’, quanto piuttosto come un superamento, appunto, dell’’oggettività’ fotografica, verso una riflessione concettuale, quanto formale, sul senso odierno della fotografia, nell’epoca della digitalizzazione e postproduzione delle immagini. E’ una tendenza che si ravvede nei lavori di Furegon (per l’uso del rapporto fra ombra e luce), di Finotto per l’ attenzione alle valenze cromatiche, non ‘realistiche’, nella descrizione di un paesaggio risolto nei suoi elementi basici (linea d’orizzonte, cielo, mare, isolati particolari in evidenza, tempi lunghi di esposizione), di Monti per la sensibilità verso una fotografia ‘esotica’ che tenta di uscire dallo stereotipo della foto di viaggio in paesi ‘lontani’. Infine Cutini la cui ricerca, sfruttando le potenzialità del bianco/nero, del rapporto fra luce e ombra, fra definizione e voluta perdita di definizione del particolare, riesce ad ottenere una resa graficamente intensa, grazie anche alla qualità della stampa.

Dalle osservazioni conclusive dovute ad un attento scambio di opinoni fra partecipanti e commissione, si sottolinea come la formula utilizzata per l’incontro, cioè una valutazione argomentata, e a più voci, del porfolio, svincolata da ogni valenza ‘premiale’ o dallo stilare graduatorie di merito, si sia rivelata molto proficua e degna di essere ripresa anche per eventuali appuntamenti futuri.

Innanzitutto una considerazione iniziale sulla formula adottata per questi incontri a portfolio che prevedevano come novità salienti :

. una scelta di pre/ammissione a numero chiuso dei partecipanti effettuata dal medesimo gruppo di esaminatori che avrebbe poi trattato de visu i lavori presentati

. la provenienza dal punto di vista professionale e culturale dei cinque esaminatori scelti tra varie specializzazioni estetiche e figurative e la loro presenza collegiale nell’esaminare le opere presentate con immediata discussione sulle medesime.

. l’assenza di una graduatoria finale di merito bensì una riunione collettiva tra esaminatori e partecipanti con obiettivo di riassumere quanto visto e trarre delle considerazioni in merito alle tendenze e ai possibili orientamenti dei singoli.

Il complesso procedurale, del tutto inedito per quanto a nostra conoscenza, a detta dei partecipanti sembra essere risultato gradito in special modo l’assenza di graduatorie e classifiche di premiati ed esclusi (per quanto la scrematura iniziale già lo fosse) che hanno consentito un approccio più sereno e partecipativo da parte dei fotografi.

La composizione della giuria si è rivelata felicemente equilibrata e, pur partendo talvolta da posizioni differenti dei singoli , ha consentito di pervenire comunque a una sintesi di giudizi comprensibile e utile al fotografo interessato.

Nel merito di quanto visto, si sono individuati alcune tracce generali:

il reportage, generalmente considerato in declino visto il prevalere dell’informazione immediata grazie ai nuovi mezzi di registrazione visiva, ha avuto una parte sostanziale del complesso dei lavori presentati.

Si sono presi in considerazione avvenimenti contingenti di grande rilevanza ( gli effetti della migrazione e l’inserimento degli esuli nel tessuto sociale e urbano delle città) trattati sempre con lucidità priva del possibile pietismo di genere; altri si sono rivolti all’esotico ( Cuba, India), terreni già abbondantemente esplorati dalla fotografia ma in questa occasione visti con sufficiente autonomia di pensiero e di espressione figurativa.

Infine, alcuni hanno privilegiato ancora una volta lo scatto immediato,il reportage di strada dove situazioni rituali del non professionismo – scene di genere, riflessi, situazioni inedite, ecc – sono state trattate quanto meno con buone capacità tecniche e compositive.

In tutto i casi c’è stata una sufficiente alternanza di bianco e nero e colore.

Altro aspetto emerso, la ricerca intesa non nel versante astratto e concettuale oggi ancora prevalente, ma che ha riguardato invece situazioni del reale trattate con particolari modalità di ripresa e di post /produzione.

I risultati complessivi sono stati di buon livello; va sottolineato in ogni caso l’ottima qualità delle procedure tecniche di realizzazione che hanno aggiunto in alcuni casi un plusvalore al risultato.

Ultimo e generale aspetto, gli esaminatori hanno considerato che molta fotografia presentata nella manifestazione ha presentato elaborazioni in post produzione tali da rievocare la stagione del pittorialismo nella quale l’intervento manuale sul positivo era tale da rendere l’esemplare fotografico unico .

Ciò secondo gli esaminatori non è avvenuta solo sul piano meramente tecnico ma anche sull’intenzione progettuale; in alcuni lavori presentati erano chiari, e talvolta anche dichiarati, i rimandi a precedenti pittorici spesso di grande rilevanza.

Questa non vuole essere una critica in negativo ma una semplice constatazione considerato che il numero e la qualità media degli autori presenti è stata sicuramente indicativa a tale riguardo.

Una raccomandazione finale da parte degli esaminatori: sarà opportuno nelle prossime edizioni della manifestazione porre alcune regole circa il numero, la coerenza narrativa, il formato delle fotografie presentate con il solo scopo di sollecitare una sorta di preventiva autocritica da parte degli autori e di facilitare il giudizio della commissione esaminatrice.

Un’interessante opportunità l’evento organizzato a Mirano tra il verde di Villa Giustinian Morosini dedicato al PORTFOLIO NON COMPETITIVO (Terza edizione di Mirano Fotografia). Numerosi i momenti stimolanti dal punto di vista culturale ed estremamente interessanti le riflessioni sulle dinamiche di alcuni percorsi iconografici. Si è avuta la possibilità di fare nuove conoscenze, ricche di frammenti e di esperienze, diversi tra loro ma veicoli, comunque, di nuove e particolari dimensioni di vita e di varia umanità. Davvero un‘ottima occasione. Ho visto e commentato della buona Fotografia, sintesi, evidentemente, di sensibilità diverse ed elaborata su piani linguistico-espressivi e approdi differenti riguardanti la cultura, l’arte, il linguaggio visivo. Concentrati e disponibili gli autori, in un contesto di sensazioni dinamiche vissute con partecipazione emotiva, anche all’interno della giuria-commissione. Colore e bianconero coniugati in una trama carica di poesia e musicalità, come in un pentagramma di emozioni molteplici. Positivo il confronto tra fotografi, critici e studiosi di altre discipline, con argomentazioni articolate che hanno dato un certo fascino alla lettura forse proprio per la scelta di un meccanismo che non prevedeva vincitori e graduatorie. Un’esperienza che potrebbe dare un contributo inedito alla figura del Fotoamatore, in termini di crescita e di conoscenze. Una prima selezione (pre-ammissione) e quindi l’avvio dell’iter procedurale della Non competitività. Si è avuta l’impressione che diversi autori che hanno scelto di partecipare con i propri lavori siano andati oltre il concetto di fotoamatore, verso una nuova dimensione fatta di impegno, di studio e sperimentazione. E, forse, chissà, verso un contesto culturale di sempre più alto profilo, come la manifestazione di MIRANOFOTOGRAFIA ha lasciato intravedere.

Dovendo trarre alcune sintetiche riflessioni circa l’esperienza di lettura del portfolio non competitivo proposto quest’anno da Miranofotografia, va rilevata anzitutto la felice riuscita della formula che, operando una preselezione degli autori con esclusione di una graduatoria finale di merito, ha favorito un clima di confronto aperto e sgombro dalle possibili tensioni che si possono creare quando le finalità competitive sono prevalenti.

Al contrario, l’assenza di un simile orizzonte, nella consapevolezza che tutti i partecipanti avevano già ottenuto il giudizio positivo della commissione, ha prodotto un dialogo vivace ed interessante tra lettori ed autori a totale beneficio della qualità della riflessione, considerando anche le diverse caratteristiche professionali e le inclinazioni intellettuali che una commissione culturalmente composita era in grado di mettere in campo.

Ne consegue, per quanto mi riguarda, una valutazione altamente positiva dell’evento che comprende la buona qualità generale dei lavori esaminati, con punte di vera eccellenza.

Si deve segnalare l’ampia gamma di esperienze presentate dai fotografi partecipanti, che testimoniano non solo una ricchezza di percorsi personali ma anche l’attualità del loro fare rispetto alle tendenze generali oggi emergenti in ambito fotografico.

Da una parte è possibile notare la persistenza di un modus operandi genericamente ascrivibile alla fotografia di reportage, ma forse meglio sarebbe dire alla fotografia intesa come strumento di persistente indagine tematica su un reale connotato dalla drammaticità della storia, che chiama dunque all’impegno sociale, etico e civile e alla documentazione come arma critica e denuncia di una condizione umana terribilmente precaria e fragile. Questo nei lavori di Boscolo e Guarnieri, la cui forza comunicativa e l’estetica stessa sono diretta conseguenza della capacità della fotografia di rappresentare con lucida “immediatezza” temi brucianti.

In una atmosfera a sé, sospesa tra l’operazione concettuale e performativa e la dimensione sociale, capace di produrre dinamiche memorative intensamente poetiche è immerso il lavoro di Tassitano su Cuba che si avvale dell’uso di vecchie polaroid.

Per un altro verso sono state ben rappresentate numerose ricerche ascrivibili ad una idea della fotografia come rivelazione di un istante, di un passaggio temporale, di un particolare inconsueto o misterioso che essa è in grado di fermare, attivando al contempo una complessa relazione con le problematiche linguistiche, tecniche e formali suscitate da un mezzo che oscilla costantemente tra la volontà di restituirci inedite dimensioni del reale che ne trascendono necessariamente non solo l’impossibile oggettività ma – potremmo dire – la pura visibilità esteriore, e la consapevolezza di non poterlo fare se non attraverso la via dichiarata dell’ispirazione. Una fotografia “autoriale” dunque, che conserva l’originaria aspirazione ad una relazione con la realtà ma la filtra attraverso un soggettivismo che trova soprattutto nel contesto culturale le proprie ragioni, sicché, per dirla con Uberto Eco, “la fotografia non è una forma di segno ma una materia dell’espressione, così come lo è la voce”. In buona sostanza una fotografia che ambisce ad essere arte in se stessa mantenendo la “purezza” e l’autonomia che le derivano da specifiche caratteristiche espressive e da un’estetica propria, rimanendo all’interno della tipicità dei suoi mezzi. Così i lavori di Bottazzo, Gagliardini e Tegon.

Un terzo filone di ricerca, che nel portfolio ha avuto una parte assai significativa, è riferibile ad un neopittorialismo, ben diverso naturalmente da quello del passato, sulla scena ormai da alcuni anni e documentato anche nella mostra del 2016 Tonalità tangibili. Peretti Griva e il pittorialismo italiano al Museo Nazionale del Cinema di Torino nel 2016.

Tra i contemporanei che praticano una ricerca neopittoriale ci sono ad esempio il Gruppo Rodolfo Namias (associazione italiana no-profit per le tecniche fotografiche antiche ed alternative), Silvia Camporesi, Carla Iacono, Carlo Milani, Paolo Ventura, tutti presenti alla mostra torinese. Ma in loro compagnia potrebbero figurare benissimo le opere di Monti, Finotto, Cutini da noi esaminate.

Siamo qui nel dominio della soggettività artistica espressa nella supremazia dell’artista sul mezzo, grazie anche, in certi casi, all’espansione delle potenzialità tecnologiche.

La creazione fotografica, come sottolinea Michele Smargiassi, si sposta infatti oggi alla fase della post-produzione, “con la conseguente riduzione dello scatto, prelievo primario senza il quale la fotografia non è tale, a semplice materia prima grezza che nel processo può subire qualsiasi inflessione e perfino scomparire quasi completamente.”

Anche se gli autori con i quali abbiamo interloquito preferiscono sostenere un proprio ancoraggio alla tradizione e l’assenza di interventi di post-produzione dell’immagine è di tutta evidenza come certi effetti di enfatizzazione del colore o di drammatizzazione caravaggesca dei contrasti siano sempre più inevitabilmente prossimi al mondo di Photoshop e apps derivate, al di là della volontà dell’autore di rimanere al di qua di un ipotetico steccato.

In questo trapassamento non vi sarebbe proprio nulla di scandaloso, come ancora spesso si tende a credere.

Non si tratta di esprimere un giudizio morale fuori luogo. Semmai il vero problema posto dalle ricerche pittorialiste mi sembra essere quello della loro aspirazione a considerarsi opere d’arte tout court in quanto capaci di produrre un’estetica che trae i propri riferimenti direttamente dall’arte pittorica e per tale ragione destinate a trovare all’interno del sistema dell’arte stesso la propria spontanea legittimazione, abbandonando così le sponde di quell’autonomia difficile, in permanente e talora aspro confronto tra le proprie molteplici istanze interne, ma dialogicamente aperta a tutte le anime del proprio archetipo, che finora ha distinto l’esperienza della fotografia, «medium bizzarro, nuova forma di allucinazione: falsa a livello della percezione, vera a livello del tempo», per dirla con Barthes e per questo davvero irriducibile ad altro.

Considero sia stata una interessante innovazione la lettura non competitiva dei portfolio.

Ritengo, infatti, che il contesto più rilassato che ne è conseguito abbia migliorato la qualità dell’interazione tra lettori e concorrenti e tra i concorrenti stessi rendendola, se non paritetica, almeno dialogica il che, come è facile intuire, rende la valutazione ad opera dei lettori un po’ meno astratta perché più concretamente “agita”.

Per venire al merito, credo che la qualità media dei lavori presentati sia stata più che dignitosa e, in qualche caso, eccellente.

Ricorrendo a Roland Barthes direi che quasi tutti i portfolio esaminati appartengono a pieno titolo alla categoria dello studium ossia a quel tipo di fotografie che risultano del tutto aderenti dal punto di vista della tecnica e della poetica al genere di riferimento (ritratti, paesaggi, reportage ecc.).

Forse il limite delle fotografie che abbiamo visto – con le eccezioni dei portfolio di Giuseppe Guarnieri e di Angelo Tassitano – sta nella mancanza di originalità, quel tanto di originalità capace di rinnovare almeno un poco il genere.

Ricorro ancora una volta a Roland Barthes utilizzando la sua nozione di punctum ossia quell’elemento che, secondo il semiologo francese, in una fotografia MI punge, MI ghermisce. Scrivo il ‘mi’ in maiuscolo per sottolineare il fatto che a differenza delle fotografie che appartengono al campo dello studium, quelle che “pungono” non sono analizzabili con i dispositivi interpretativi propri dello studium; di esse non si può avere scienza proprio perché il punctum non si può generalizzare per ricavarne un codice. L’esperienza del punctum, di conseguenza, non soltanto è singolare ma, poiché accade attraverso una serie innumerevole di inferenze simultanee, esso resta sostanzialmente inanalizzabile anche per chi lo ha esperito. Se si tentasse di farlo ci si ritroverebbe (al massimo) nel campo dello studium.

Bene, ho citato il punctum essenzialmente per segnalare che, a differenza dello scorsa edizione, quest’anno è accaduto che sono stato “punto” dal portfolio (in realtà soprattutto da una fotografia) di Giorgio Cutini.

Immagini dalla giornata di lettura 2017