Condividiamo la segnalazione di un nostro socio ed autore su un interessante corso (valevole per la formazione continua) e promosso dall’Ordine degli Architetti della provincia di Padova (ma comunque accessibile al pubblico).

Il tema è di grande attualità e sicuro interesse

“Appare evidente che siamo soggetti ad un inflazione di immagini senza precedenti. Questa inflazione non è solo l’appendice di una società ipertecnologica, ma anche sintomo di una patologia culturale e politica, in seno al quale irrompe il fenomeno postfotografico […] Siamo immersi nel capitalismo delle immagini, ed i suoi eccessi, più che sommergerci nell’asfissia del consumo, ci pongono di fronte alla sfida della sua gestione politica.”
Con questo incipit Joan Fontcuberta apre il suo libro “La Furia delle Immagini” e ci approccia al fenomeno della “Postfotografia”, come momento sociale, storico e politico.
Ragionamento sulla finezza dell’uso, sull’utilizzo della fotografia, più che sulla sua produzione massiva e disarticolata.
Diamo anche un altro dato: nel solo social di Instagram vengono caricate più di 3600 immagini al secondo (216.000 all’ora, 5.184.000 in 24 ore), parlare di “fotografia allo stato puro”, dunque, può essere alquanto paradossale.
Allora, in questa esposizione digitale orgiastica, qual’è il metodo da individuare per un uso professionale e specifico, culturale e consapevole, di un “lavoro fotografico” che ne meriti il nome?
Se da un lato troviamo che l’”inconscio tecnologico” (cit. Franco Vaccari) è sempre più attivo autonomamente e ci permette di produrre immagini perfette senza averne nessuna conoscenza tecnica tramite i nuovi smartphone, che ricorrono addirittura a ibridazioni con l’intelligenza artificiale; dall’altro ci accorgiamo che la necessaria cultura specifica, tecnica e professionale viene a mancare e progetti definiti, figli almeno di visioni fotografiche coscienti, sono latenti.
Spesso più per beffa che per danno , non vengono neppure riconosciuti in quanto tali.
Mi si perdoni l’aggancio, ma per chiarirlo, si faceva un esempio: “Dai da mangiare sofficini a qualcuno, per qualche anno, e non apprezzerà più neppure il piatto di uno chef stellato”.
Così in fotografia l’assuefazione a continue immagini stereotipe e generali, non ci permette più la distinzione e l’apprezzamento di un progetto qualitativo e artistico e, cosa probabile, in comune ad altri campi professionali.
In questo ciclo di incontri, tenteremo assieme di ragionare sull’approccio fotografico di 5 professionisti riconosciuti e specializzati in architettura. interni, territori e design, e con competenze culturali definite ed assodate anche “artisticamente” (in una sorta di “add-on” sulla profonda competenza tecnica che comunque li contraddistingue).
Tramite i loro lavori parleremo della necessaria differenza che esiste tra un progetto fotografico “autoriale” ed una visione stereotipata ed automatica, creando una sorta di confronto che ci permetta, nel ritornare all’esempio precedente, di riappropriarci di un gusto riscoperto di un piatto ricco di sapori e conoscenza.
Non ultimo e di sicuro interesse, vedremo e tenteremo di capire se, anche in questo momento “postfotografico”, competenze e “visione autoriale” fotografica possono fare la differenza qualitativa nell’esposizione di un lavoro architetturale o di interni o di paesaggio, creando dunque quell’”add-on” nella comunicazione di ogni singolo architetto.