MiranoFotografia 2019

LUOGHI, SEGNI, PERSONE

Omaggio a Guido Sartorelli

“Dai primi lavori degli anni Sessanta dedicati alla forma dello spazio scenico, ad una sempre più articolata ricerca sulla rappresentazione dello spazio nell’arte, a partire dalla prospettiva rinascimentale, per approdare infine, intorno alla seconda metà degli anni Settanta, all’osservazione e descrizione, dello spazio vissuto della città contemporanea. Grazie ad “un approccio fenomenologico”, come ha scritto Enrico Crispolti. Non vi è dubbio che la città per Sartorelli abbia rappresentato una costante preoccupazione artistica e intellettuale per comprenderne il carattere costitutivo, la fisionomia, distrincandosi fra storia, cultura, architettura e comunicazione di massa. Grazie all’utilizzo reiterato della fotografia e all’organizzazione degli allestimenti espositivi l’artista veneziano ha proposto lavori di grande respiro in grado di ordinare una mole ingente di dati visivi in categorie analitiche, evidenziando ciò che caratterizza e distingue gli spazi metropolitani europei. A partire da Venezia, con una mostra pionieristica tenutasi alla Bevilacqua La Masa: Il segno urbano (1977), basata su una intensa collaborazione con il fotografo Mark E.Smith. Da questa mostra ne seguirono altre, dall’analogo impianto di analisi concettuale e visiva a base fotografica, dovute alla collaborazione con Cristiana Moldi-Ravenna, mostre che avrebbero toccato altre realtà urbane. Una volta risoltosi il lavoro in comune, Sartorelli ha proseguito per decenni generando dei particolari collage e montaggi su base originariamente fotografica per continuare l’analisi dei temi che più gli stavano a cuore: la città, nell’intreccio fra spazio e storia, la comunicazione di massa, le tecnologie. Non va dimenticato che Sartorelli ha costamente accompagnato la sua attività di artista con quella di scrittore e saggista, producendo diversi volumi dedicati ai vari aspetti della contemporaneità (le arti, i musei, e, immancabilmente,la città). A Mirano verranno esposti dei rari lavori storici sullo spazio urbano, lavori che erano stati presentati per la prima volta dopo decenni, alla ampia personale dedicata all’artista (scomparso nel 2016) tenutasi al Centro Culturale Candiani nel 2018″ Riccardo Caldura

Giovanni Cecchinato - Evolutio Visio

D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.
Italo Calvino

Sulle orme di Gabriele Basilico

Il progetto si configura come un re-enactment del lavoro di Gabriele Basilico su Mestre effettuato tra il ’96 ed il ’01. 57 immagini di immagini di grande formato (quasi tutte da 1 x 0,75 mt) riesaminano una città archetipo dell’urbanizzazione veneta a 15 anni dalla visione del maestro esplorando le evoluzioni e l’attuale ambiente abitativo urbano. Il lavoro (durato 4 anni), effettuato tutto in banco ottico,  è svolto in collaborazione con Università IUAV di Venezia e curato dal Prof. Riccardo Caldura dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, già curatore delle mostre di Gabriele Basilico. Già esposto a Mestre, Venezia, Piacenza, San Donà di Piave e pubblicato anche su OLTRE, Clic-Hè, Divisare, Beautyitaly, STRKNG, etc.

“Il lavoro di Giovanni Cecchinato comincia dal ripercorrere lo sguardo e le particolari angolazioni urbane di un altro, grande, fotografo per cogliere la città non come condizione essenzialmente statica, cristallografica, ma quale condizione urbana soggetta a mutamenti e trasformazioni.  Che avvengono nello spazio e nel tempo: quello intercorso fra la campagna fotografica di Gabriele Basilico del 2001, e la campagna attuale del fotografo mestrino. Il quale mette in scena una sorta di ideale reenactment, non limitandosi però a ‘rifare’, ma assumendosi il compito anche di reinterpretare nuovamente l’evolversi di questa città”. 
Riccardo Caldura

Autore scelto per la sezione “Pause di Scrittura” a cura di Fausto Raschiatore – Presidente Onorario di MiranoFotografia

 

“Nonna Mira, la vera appassionata di boxe in famiglia, metteva la sveglia alle tre di notte e chiamava mio padre e me (bambino) per vedere insieme i grandi incontri in diretta dal Madison Square Garden di New York. Con questa memoria, sono andato alla ricerca di quelle atmosfere e dei valori della grande Boxe degli anni Sessanta-Settanta”. Giuseppe Cardoni

“Corde, assi di legno, tappeti sdruciti, muri scrostati, scarpe consumate, piedi, chiodi, sacchi, asciugamani, accappatoi, immagini sacre, scale di ferro, luci al neon, smorfie di dolore, il riso della vittoria. Il pugilato.
Quello “raccontato” da Giuseppe Cardoni non tiene conto di categorie, pesi e tabellini. L’obbiettivo fissa i luoghi, le stanze, gli spazi dove si allenano – insieme e ogni giorno – muscoli e speranze.
Dalla “povera” palestra Academia de Boxeo Henry Garcia Suarez, ad Holguin (Cuba), sono usciti campioni olimpici e mondiali. E non si direbbe.
La “macchina stilografica” di Giuseppe ha impresso, oltre agli umori e ai sudori dei presenti, anche il respiro profondo di questo sport, il rispetto quasi paterno per l’allenatore e per i campioni, la disciplina per l’allenamento, l’amicizia per i compagni, il ritmo nelle gambe e nelle vene, la fierezza e il coraggio.
I ragazzi iniziano ad allenarsi a circa 10 anni, spesso senza casco e senza scarpette, inseguendo a mani nude una vittoria con molte dediche: se stessi, la propria famiglia, il Paese.
A Buenos Aires, la palestra Boxing club Ferrobaires, è ricavata proprio sotto la vecchia stazione abbandonata Constitucion.
La lunga marcia per diventare campione del mondo inizia infilandosi dentro un buco di cemento, scendendo per una scala arrugginita e insicura. Pioggia o sole, lì sotto c’è sempre il buio.
Da dietro la porta arriva una fessura di luce e alcuni rumori, di guantoni e voci. Compresa quella di un settantenne in canottiera bianca e calzoncini da boxeur, che quel 7 novembre 1970, era all’angolo di Carlos Monzon, nella sfida epica con Nino Benevuti.
Josè Menno allena gratuitamente i ragazzi, sotto al livello della strada, per provare a sottrarli alla strada: “La gioia più grande è quando uno di loro, sorridendo, mi dice di sentirsi un’altra persona”. Luca Cardinalini, giornalista RAI

“Ci sono giorni in cui ogni cosa che vedo mi sembra carica di
significati: messaggi che mi sarebbe difficile comunicare ad altri,
definire, tradurre in parole, ma che appunto perciò mi si presentano
come decisivi.
Sono annunci o presagi che riguardano me e il mio mondo insieme: e
di me non gli avvenimenti esteriori all’esistenza ma ciò che accade
dentro, nel fondo; e del mondo non qualche fatto particolare ma il
modo di essere generale di tutto.”
Se una notte d’inverno un viaggiatore
Italo Calvino

La struttura del racconto, con i suoi dieci inizi che costringono il
protagonista ad intraprendere la lettura dei successivi per cercare
di concludere il racconto della propria vita, ha ispirato
Ruggero Ruggieri a realizzare il suo “Voyage”, un progetto
fotografico che viene presentato a Treviso per la prima volta
presso la libreria universitaria San Leonardo.

Quel senso di alienazione e spersonalizzazione, sintomi che a
livello sia individuale che collettivo, sono ormai tipici della società
contemporanea sono qui rappresentati attraverso una
serie di immagini dall’impronta assolutamente onirica, indefinita.
L’utilizzo di un bianco e nero dai forti contrasti con netti tagli di luce
ed una struttura compositiva mai scontata accompagnano l’attento
visitatore in un “Voyage” quasi irreale fatto di “annunci e presagi”; il
mondo che ognuno ha dentro di sé e che Ruggero Ruggieri ha
saputo qui ben rappresentare.

“Sugar for my cup of coffee è un progetto tuttora in corso che nasce dall’esigenza di vivere a fondo il legame tra il mio presente e le mie origini”

un progetto fotografico di Maria Grazia Colcera, Patrizia Discardi, Marzia Gazzea, Maria teresa Moro

“4 donne, caratterialmente diverse, si uniscono in gruppo per fare da registe ed attrici in un progetto fotografico, nato dapprima come partecipazione al tema FIAF “ La Famiglia in Italia” e poi proseguito.

Scene di vita famigliare sconvolte a tal punto da renderle ironiche e bizzarre fino a trasformare queste ambientazioni in surreali e spesso caricaturali.
Le situazioni , il coinvolgimento , le affinità e i risultati le hanno portate a considerare il progetto non del tutto concluso”.

trittico

Après-coup è un’espressione freudiana, traducibile con “dopo il fatto” o “ posteriormente”, che esprime il meccanismo della mente umana che metabolizza e rielabora in senso traumatico un evento dopo il suo accadimento. Freud ne dà delle diverse accezioni, ma noi prendiamo in prestito questa frase per il suo essere esplicativa di uno stato d’animo diverso, quello di rendersi conto delle cose importanti solo quando è troppo tardi. I dittici proposti mettono insieme un momento della quotidianità “precedente” con uno della quotidianità “attuale” di un malato. Il trittico viene a comporsi nella mente dello spettatore che, solo dopo aver visto le due immagini – après-coup appunto – torna indietro alla prima di esse, guardandola con occhi diversi. La scelta rappresentativa richiama i poster pubblicitari, che invitano all’acquisto di un prodotto o un servizio. In questo caso invece si propongono come monito a chi lo guarda, gridando di essere felici e grati per la vita, apprezzandola quando è il momento.

Il mare, la sabbia: sono gli elementi della mia infanzia e per questo sono la memoria, il ricordo delle cose passate che come la sabbia si sono dissolte, come acqua hanno perso la forma originaria e si sono trasformate. La sabbia crea continui nuovi passaggi lasciandosi accarezzare dal vento.
Da sempre mi piace fotografare piccole cose, attimi che per me sono un paesaggio della mente. Una spiaggia vuota di primo mattino, quando tutto è ancora incontaminato: i segni della presenza umana sono impronte leggere che vento e acqua presto cancelleranno, la nostra precarietà nello stare al mondo.
La nostra piccola impronta di essere umani diventa invece un segno deciso, quando è l’uomo-civiltà con le sue macchine a dare luci ed ombre alla sabbia. Come se il nostro passare fosse leggero, volatile, il nostro impatto come umanità invece fosse duraturo.

Mariapia Lionello

“Ogni persona ripresa in queste foto porta in sè tutto il proprio tempo.

Il tempo della propria esistenza. Il tempo che ha vissuto, attimo per attimo.

Il tempo che va oltre… a quello che noi possiamo sapere.”